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19/02/09 Corriere della Sera

Serve più coraggio, congresso subito

Non è questo il partito che sognavo da una vita, e la colpa è in primo luogo mia, dice Walter Veltroni nel giorno dell'addio: non si può che dargli atto di una dignità del tutto ignota a molti protagonisti e comprimari della nostra politica. Ma, al di là dei suoi limiti e dei suoi errori, il problema non è solo né soprattutto Veltroni. Il problema è il Partito democratico.

Chi scrive, come forse qualche lettore ricorderà, non ci ha mai creduto; e ha sempre pensato, e detto, e scritto, che sia nato male e cresciuto peggio, senza un'anima e senza un'intuizione dei tempi e del mondo prima ancora che senza identità, senza valori comuni e senza regole condivise. Veltroni, che ci credeva fin dalla svolta con cui nel 1989 Achille Occhetto pose fine al Pci, ha fatto, seppure a giorni alterni, quanto sapeva e poteva per dargliele. Adesso si appella ai suoi, cui pure non troppo larvatamente rimprovera di non averlo sostenuto, o peggio di essersi preoccupati soprattutto di logorarlo, perché portino avanti l'impresa.

Con tutta la stima e tutto il rispetto di questo mondo, è lecito dubitare che ci creda più di tanto. E si capisce. Del Pd, nel bene e nel male, Walter era il leader naturale, e non solo perché tre milioni e passa di persone lo avevano incoronato nelle primarie: questa è stata la partita della sua vita. Per la gran parte dei maggiorenti del partito, invece, a cominciare da quelli che, pur senza apprezzarlo più di tanto, un paio d'anni fa bussarono alla sua porta per indurlo a gettarsi subito nella mischia, vale un discorso molto diverso, ex diessini o ex margheritini che siano: il Pd, più che sognato, lo hanno subìto, o in ogni caso vi si sono acconciati senza troppi entusiasmi e con molte riserve. «Indietro non si torna», come ha sintetizzato ieri sera il titolo d'apertura del Tg3, rieditando inconsapevolmente un antico slogan del Pci? Sì, Veltroni ha detto più o meno questo.

Ma in realtà, anticipando un'uscita di scena che in tanti avrebbero voluto rinviare all'indomani delle elezioni europee, ha di fatto restituito la parola a questi stati maggiori, al momento peggio che squinternati, caricandoli di una pesantissima responsabilità politica: non ci sono più io a fungere da schermo e da parafulmine, adesso tocca a voi dire se, e come, e con quale leadership, pensate di restare insieme per proseguire, spes contra spem, questa avventura. Altrimenti, trovate il coraggio di proclamare con tutta la solennità e la drammaticità necessarie, e pagando i prezzi del caso, che considerate ormai impossibile convivere sotto lo stesso tetto, e separatevi, sempre che sia ancora possibile, magari non proprio consensualmente, ma almeno senza scannarvi.

Terze vie non ce ne sono, o meglio ce n'è una soltanto, quella che porta dritto a un'implosione dagli effetti devastanti, primo tra tutti il venir meno per chissà quanto tempo in questo Paese a qualcosa che somigli a una sinistra, a un centrosinistra, a un'opposizione democratica. Non sapremmo dire se questo sia esattamente il pensiero di Veltroni, ma questo è il messaggio che le sue dimissioni consegnano (un tempo si sarebbe detto: oggettivamente) al Pd, o a quel che ne resta. Ne derivano, o ne dovrebbero derivare, almeno due conseguenze.

La prima, con tutta la considerazione per Dario Franceschini, è che non sembra proprio il caso di perdere tempo nominando reggenti e rinviando il confronto, o lo scontro, e insomma il congresso, al prossimo autunno, come (pare) sarà chiamata a decidere, sabato, l'assemblea nazionale del partito, quasi che il Pd, alle elezioni di primavera, potesse permettersi di andare allo sbando: certo, i tempi tecnici di un congresso sono quelli che sono, ma ci sono frangenti in cui la volontà politica e, se è ancora lecito citarla, la passione politica, sempre che ci siano, devono trovare la strada per imporsi.

La seconda, ma non in ordine di importanza, è che il confronto, o lo scontro, e insomma il congresso, non si svolga per procura, ma veda in campo con le loro idee, con i loro programmi, con i loro sì e i loro no (sempre che ne abbiano) i protagonisti veri della contesa, quelli che sono su piazza da decenni come, se esistono, quelli cresciuti magari a nostra insaputa in questi anni, chiamati a far capire alla loro gente e all'opinione pubblica di che pasta è fatto il «nuovo » di cui sono portatori. Tutto questo il Pd, chiamato bruscamente a stabilire se ha un futuro o se la sua storia è malamente terminata prima ancora di cominciare, lo deve in primo luogo a se stesso e alla sua gente. Ma non è retorica segnalare che lo deve pure a quella democrazia italiana di cui voleva essere la principale forza di rinnovamento.

Paolo Franchi