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Corriere della Sera 01/09/09

LA SFIDA TRA BERSANI E FRANCESCHINI
Le due anime di un Pd scosso

Circolo dopo circo­lo, si stanno con­cludendo le vota­zioni tra gli
iscrit­ti del Partito Democratico e il 25 ottobre i tre candi­dati —
Bersani, France­schini e Marino — saran­no presentati al voto de­gli
elettori e dei simpatiz­zanti: in pratica di chiun­que manifesti
l'interesse a influire sulla scelta del­le cariche direttive del
partito. Gia in quella da­ta, o al più un paio di setti­mane più tardi
se sarà ne­cessario un ballottaggio, sapremo chi è il nuovo
se­gretario del Pd. Prima di discutere del significato di questa
scelta, tre com­menti di natura generale.

Il primo è che hanno partecipato al voto, sino­ra, circa 350.000
persone, più della metà degli iscrit­ti: non una piccola prova di
democrazia, in un mo­mento in cui gran parte dei commentatori danno
per spacciato, e con buo­ne ragioni, il ruolo demo­cratico dei
partiti. E a que­sta occorrerà aggiungere la consultazione del 25
ot­tobre. Il secondo com­mento è che laddove il partito è maggiormente
radicato, nelle regioni ros­se e nelle grandi città, nell'ambito dei
circoli si è svolto un dibattito serio tra i sostenitori delle
di­verse candidature: questa volta, a differenza di pre­cedenti
investiture pilota­te dall'alto, prima del vo­to gli esiti erano
realmen­te incerti. Oggi il risultato è noto: Bersani ha ottenu­to
circa il 56%, Franceschi­ni circa il 36 e Marino il restante 8. Ma
l'incertez­za permane per il voto de­gli elettori, il 25 ottobre,
perché gli iscritti e i sim­patizzanti generici sono due popolazioni
abba­stanza diverse. Il terzo commento è che la linea di divisione tra
le posizio­ni politiche espresse dal­le tre candidature non è più
quella delle diverse provenienze partitiche, gli ex Ds ed ex Dl: per
ognuna di esse il soste­gno è molto misto, e se­gnala un processo di
osmosi piuttosto avanza­to. Se la linea di divisione non è questa,
qual è?

E' abbastanza facile dir­lo per Marino, il vero out­sider di questo
congres­so. Egli è portatore di un messaggio fortemente cri­tico nei
confronti delle ambiguità del Pd, che im­puta in parte ad un'anali­si
sbagliata del fenomeno Berlusconi — … come se si trattasse di un
avversa­rio politico normale — in parte ad una eccessiva tol­leranza
per le posizioni clericali o integralistiche che ogni tanto emergono
tra gli esponenti cattolici del partito. Questa è l'ana­lisi ribadita
ogni giorno dai giornali più letti dal popolo della sinistra e non
meraviglia il buon successo della mozione nelle grandi città, tra i
gio­vani e le persone istruite. Insistendo su queste criti­che,
proclamando una po­litica della decisione e del­la nettezza, del
'Sì-sì' 'No-no' di evangelica me­moria, Marino si stacca nettamente
dagli altri due candidati e si avvici­na alla posizione dell'Idv di Di
Pietro, una perma­nente tentazione per il Partito Democratico.

Più difficile distingue­re le altre due mozioni, quelle degli insider,
di Bersani e Franceschini, e non è di grande aiuto leg­gere
attentamente i testi, sottolineare frasi più o meno felici, reticenze
o si­lenzi più o meno sapien­ti: entrambe dicono cose simili,
generiche e gradi­te al popolo di centrosini­stra chiamate a votarle.
La mozione di Bersani è sicuramente la più critica nei confronti della
breve storia del Pd di Veltroni.
Critiche alla segreteria Veltro­ni implicitamente le muove an­che
Dario Franceschini, ma il dubbio che suscita la posizione di Bersani è
che le critiche non riguardino solo le scelte tatti­che del recente
passato, ma lo stesso disegno strategico, lo stesso impianto culturale
sul quale l’Ulivo prima e il Pd poi sono stati costruiti. In altre
pa­role: il dubbio è che un Pd gui­dato da Bersani — per ora
co­stretto in un contesto bipolare dalla legge elettorale voluta dal
centrodestra — sarebbe ben di­sposto a mutarlo qualora se ne
presentasse l’occasione. In que­sto caso il senso della storia di cui
parla Bersani, il suo possibi­le esito, sarebbe un ritorno al
proporzionale, dove un Pd più nettamente «laico» e «di sini­stra »
lascia il compito di con­quistare gli elettori più modera­ti a un
rinnovato partito centri­sta, neo-democristiano, confi­dando poi in
una alleanza di go­verno.

Si tratta di una posizione poli­tica più che legittima, ma è l’esatto
opposto della scommes­sa da cui era partito l’Ulivo e sul­la quale si
è formato il Partito democratico: quella di un parti­to di ispirazione
democratico-li­berale, che nutre l’ambizione di governare il Paese a
capo di una coalizione di cui è la componen­te maggiore e
politicamente egemone. Un partito che non vuole nascondersi dietro una
forza politica e a un presidente del Consiglio centristi, e rifiuta
come scoraggiante e sbagliata l’idea che un partito di centrosi­nistra
non riuscirà mai, in un contesto bipolare, a governare un Paese
«organicamente» di centrodestra. Credo che spetti a Bersani chiarire,
di fronte a ra­gionevoli dubbi, se la sua criti­ca al progetto
originario del Pd è così radicale. Se lo è, il con­fronto con
Franceschini acqui­sterebbe un senso molto più chiaro di quello che è
possibile desumere dalla lettura delle due mozioni.

Michele Salvati
01 ottobre 2009