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Il Messaggero  18/06/11
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Eur, affari privati e pubblici ritardi
Una spa al comando, a rilento i progetti
Al centro del business la società Eur: in mano all'ad Mancini un immenso patrimonio. E intanto spariscono parchi e scuole

di Nino Cirillo

ROMA - L’Eur è un sogno a occhi aperti, o un incubo, volendo. L’Eur è uno squarcio di California appena fuori porta, e che California: a Los Angeles downtown avranno anche loro infiniti tapis roulant d’asfalto, un verde che occhieggia e rassicura, un cielo che annuncia il mare, ma se li sognano questi palazzi - pezzi rari di urbanistica classica romana confezionati nel segno del più sofisticato razionalismo architettonico europeo - queste colonne di marmo nero africano alte trenta metri a sorreggere i porticati, e questi obelischi, e questo gioco di prospettive che imperversa e stordisce.

Ma è un incubo, l’Eur, perché questo straordinario set di affari, di vita, di storie, non trova più il senso del suo futuro. Anzi, teme il collasso, teme che i due milioni di auto che ogni giorno sfrecciano, facendo a gara con i semafori, diventino il doppio, che il sogno dei sottopassi si infranga per sempre, che i parchi, le palestre pubbliche, le scuole, le biblioteche continuino a sparire uno dopo l’altra, fino a trasformare l’Eur in quello che una volta era solo una parte del tutto: un immenso, incontrollato, lucido eppure terrificante luna park.

Roma è lontana molto più di quella manciata di chilometri da Caracalla in giù, volta spesso le spalle come si trattasse di un’altra città, aspetta, come il famoso cinese sulla riva del fiume, di poter dire: solo l’Urbe non muore mai. E intanto l’Eur arranca, pochi lo notano ma arranca: la Nuvola di goretex di Fuksas, il nuovo palazzo dei congressi in ritardo di 15 anni, forse vedrà la luce nel 2012, ma intanto dagli iniziali 175 milioni di euro veleggia verso i 500; il Luneur è chiuso dal 2008, il più bel parco giochi d’Italia, e si parla solo vagamente di riapertura con un discutibile progetto per una fascia d’età fino ai 12 anni; il Velodromo delle Olimpiadi del ’60, abbattuto con 1.300 cariche di tritolo, sta per lasciare il passo - invece che ad altri impianti sportivi - a un campus scolastico o anche a un’esposizione di giardini temporanei, come si era progettato negli anni di Veltroni-, addirittura a un megaprogetto residenziale con quattro palazzine più una torre; la stessa Formula Uno, che tanti appetiti aveva suscitato, è naufragata perché il grande circo mondiale dei bolidi non si è fidato.

E’ una California, quindi, che si sta accartocciando su se stessa, che si sta calibrando, ridimensionando attorno a un solo vangelo, quello del business ad ogni costo. Al centro di questo business c’è l’Eur spa, la società per azioni che proprio l’amministrazione di centro sinistra volle istituire nel 1999, e al centro dell’Eur spa c’è un signore che si chiama Riccardo Mancini, che ha 52 anni e un passato di estremista nero, e che soprattutto, da quegli anni, è amico fraterno del sindaco Alemanno, di cui è stato prima finanziatore delle campagna elettorale del 2006 e poi tesoriere in quella del 2008.

Questo per dire che scagliarsi contro la privatizzazione dell’Eur non ha molto senso. L’Eur e i suoi trentamila orgogliosissimi indigeni sono stati sempre, in realtà, un quartiere molto privato. La spa del 1999 ha solo sancito questo stato d’animo, ha solo messo nero su bianco che prima l’Ente Eur e poi la società per azioni sono stati e sono ancora i legittimi proprietari praticamente di tutto, sicuramente del meglio: musei, giardini, chioschi, perfino certe aiuole davanti al caffè Palombini, che la leggenda vuole siano a metà con il Comune di Roma.

Ma quello che è successo dal 2008 ad oggi, da quando cioè Mancini è diventato amministratore delegato e Pierluigi Borghini presidente, è davvero troppo. Sono saltati tutti i paletti che le vecchie giunte avevano piazzato, come una convenzione del 2004 che in buona sostanza diceva all’Eur spa: conservate il vostro patrimonio, fate i vostri affari, ma dovete restituire qualcosa in cambio al quartiere.

Mancini e i suoi non stanno restituendo un bel nulla in cambio. L’amico del sindaco, in questi tre anni, si è preoccupato soprattutto di far nascere delle società controllate e di collezionare cariche. In questo momento non è solo amministratore delegato di Eur spa, ma anche di Eurcongressi (che dovrà gestire la Nuvola), di Eurfacility (che dovrà occuparsi della manutenzione del Palazzo delle Poste), di Eurtel (che progetta la cablatura del quartiere grazie a sedici chilometri di cunicoli mussoliniani) e poi è presidente di Aquadrome (la società che avrebbe dovuto far nascere un parco acquatico al posto del Velodromo e che invece ora si sta occupando di palazzine), di Eurpower (energia e teleriscaldamento), e anche consigliere della Marco Polo (beni del territorio). Non c’è male.

Ma la domanda sorge spontanea: chi detiene le azioni di Eur spa? La risposta è semplice e allarmante: al 90 per cento il ministero dell’Economia, al 10 per cento il Comune di Roma. Ebbene, né Tremonti né tanto meno Alemanno in questi tre anni si sono sognati, non diciamo di mettere un freno, ma almeno di buttare un occhio sulle frenetiche attività di Mancini, l’uomo che a ogni riunione pubblica pronuncia una sola frase: «Dobbiamo fare cassa». E infatti la stanno facendo: ma all’Eur cosa viene in cambio?

Solo per tornare un pochino indietro ai sottopassi che non si costruiscono mai, e che pure sarebbero la salvezza del traffico sulla Colombo, c’è da raccontare la storia di viale dell’Umanesimo. L’Eur spa aveva ben dato i suoi 6 milioni al Comune, a titolo di oneri per la realizzazione del centro congressi, ma i soldi sono spariti, o meglio, dirottati da Alemanno in qualche altro angolo del bilancio del Comune. E l’Eur spa, come si fa tra buoni amici, si è ben guardata dal protestare. Ci sono diversi altri sottopassi di cui non si parla più: Tor de’ Cenci, via di Acilia, via di Malafade, Castellaccio. Ma anche volendo l’Eur spa non c’entra proprio, è tutta responsabilità di Alemanno.

Si capisce bene come vanno le cose, anche dai parcheggi. Sono spariti da ogni programma - eppure l’Eur spa aveva preso un impegno formale con il Piano di mobilità e sosta dell’Eur approvato nel 2006 - i parcheggi di piazzale Marconi (due lotti da 722 e 855 posti per un costo di 39 milioni), di piazza Sturzo (594 posti), di via Civiltà del Lavoro (774 posti), di via Romolo Murri (350 posti), di piazzale Nervi (struttura seminterrata per 1550 posti). Tutto sparito, l’unico parcheggio che è stato realizzato è quello da 700 posti dalle parti del Laghetto, interrato sotto piazza Terracini, e un altro si realizzerà, per altri 600 posti, sotto la Nuvola. Ma basterà a malapena per i visitatori.

E’ il business degli affitti, poi, che impressiona. Affitti che ovviamente l’Eur spa concede come e a chi vuole, a prezzi alti ma che comunque sembrano prezzi di mercato. Un laccatissimo centro di benessere nei sotterranei di un museo, ad esempio, viene poco più di ventimila euro al mese, un enorme show room di tutte le più belle marche del mondo trentamila al mese. E via dicendo: discoteche fantastiche nascono fra questi viali, la notte all’Eur è diventata una mezza leggenda. E bar, e ristoranti, e ancora uffici. Tutto nelle casse dell’Eur spa per un totale di 40milioni di euro l’anno. Al quartiere, zero.

Tra le pieghe di questi commerci, ovviamente, la legge è debole, altrimenti non si capisce il perché a ogni centro di fitness, a ogni grande negozio d’abbigliamento venga concessa anche la licenza di aprire l’ennesimo bar o ristorante. Con quale logica? Tanto per capire l’aria che oggi si respira all’Eur, basta ricordare che la spa una volta era proprietaria di una famosa Biblioteca dei ragazzi. Beh, al posto di quella biblioteca, c’è un bel bar che ha avuto un solo riguardo per il passato: si chiama La Bibliotechina. Diavolo d’un Mancini.

Questo vortice d’affari indebolisce anche la vista e l’ingegno. Qui all’Eur impera un ceto molto chic e molto attivo, ambientalisti della prima ora, professionisti ben informati, gente introdotta nei salotti culturali della città, che strepita fino all’ossesso, magari, per spostare una fermata d’autobus, ma che degli affari di Mancini fa una certa fatica ad occuparsene. Strano a dirsi - perché l’Italia di solito è fatta in un’altra maniera - ma qui all’Eur non ci sono dossier, non ci sono denunce, non ci sono inchieste della magistratura aperte neppure sulla base di labili sospetti. Tutto si tiene, insomma. Il silenzio viene periodicamente interrotto solo da denunce a livello neppure romano, ma addirittura nazionale. Come quella del 20 maggio scorso del senatore del pd Raffaele Ranucci, che dell’Eur spa è stato presidente: «L’Eur da un punto di vista architettonico è un modello straordinario non solo per l’Italia ma per il mondo intero. Vederlo circondato da una pessima edilizia, sfregiato al suo interno da posizioni speculative, non fa male solo ai cittadini che lo abitano ma anche all’interno del patrimonio della città».

O come la recente interrogazione al ministro dell’Economia di un altro senatore del pd, Luigi Zanda, che sottolinea: «L’Eur spa ha avviato un programma di trasformazione urbanistica del quartiere e delle aree limitrofe con ingenti investimenti immobiliari in impianti e parcheggi per effetto dei quali l’esposizione debitoria nei confronti di sole quattro banche ha raggiunto recentemente la consistente e preoccupante soglia di 190 milioni di euro».

Il XII municipio di Roma, quello che dovrebbe controllare le mosse di Mancini e dei suoi amici, è retto dal centrodestra da tre anni. Gestisce un territorio di 170 chilometri quadrati, superiore quindi al comune di Milano, per 169mila residenti. Ha belle gatte da pelare, insomma, ma fra queste l’Eur spa dovrebbe essere al primo posto. Eppure in questi tre anni non ha mosso foglia, non ha espresso un parere, un dubbio, una perplessità. Andrea Santoro, coordinatore del pd proprio nel XII municipio, dice che «ci sono troppe ombre», e che la gestione di Eur spa «pare fuori controllo», e invoca un po’ di attenzione: «E’ bene che si rimetta al centro della città, di tutta la città, il patrimonio dell’Eur».

L’occasione potrebbe venire dalla famosa delibera sul Velodromo - il cambio di destinazione dell’area che tanto preme a Mancini: niente più campus, giardini e impianti sportivi ma quattro palazzine e una torre, business a più non posso -, appena arrivata al XII muncipio e discussa solo in prima battuta ieri mattina in commissione Urbanistica.
Un provvedimento fin troppo brutale, anche nel linguaggio, che a pagine 3 annuncia: il vecchio progetto «non garantisce più quell’equilibrio economico e finanziario che una società per azioni ha come proprio obiettivo istituzionale». Della serie: le palazzine rendono più delle piscine e dei giardini e poco importa che per rispettare questa filosofia ci sia bisogno di una variante del piano regolatore, si farà anche quella. Ma resta oscuro un altro punto, a pagina 6, quando la società Aquadrome, quella che dovrà realizzare le palazzine, si impegna a corrispondere a Roma Capitale «un contributo ulteriore rispetto agli oneri di legge pari a 20 milioni di euro per la realizzazione e/o ristrutturazione di infrastrutture in via da definire». Da definire? Non verranno mica definite come quei sei milioni del sottopasso? I

ll momento, però, nel suo genere è storico. Per la prima volta in questi tre anni il XII Municipio è chiamato a dire un sì o no su un progetto - e che progetto - dell’Eur spa. Il presidente del municipio che alla fine dovrà dire questo sì o questo no si chiama Pasquale Calzetta. Che si tratti di un presagio?