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La Roma dei papalini e quella di Alemanno

Repubblica — 22 settembre 2008   pagina 1   sezione: PRIMA PAGINA

C' è un solo vizio ideologico che riesca a essere più ridicolo e irritante del politicamente corretto. È il politicamente scorretto, che nella sua smania polemica, nella sua fregola riparatoria, raggiunge capolavori di incongruenza storica, politica e perfino logica come quello perpetrato a Roma (anzi, ai danni di Roma) nelle celebrazioni del 20 settembre. Come le cronache hanno riportato, il Comune della capitale d' Italia ha solennemente commemorato i caduti di Porta Pia. Ma non i bersaglieri del Regno, che aprendo quella breccia hanno fatto di Roma la capitale degli italiani. Bensì i loro stremati ed esitanti oppositori, i soldati papalini, che nonostante le raccomandazioni delle stesse autorità vaticane riuscirono, poveri cristi, a farsi ammazzare per la più anacronistica delle cause (il potere temporale della Chiesa, oggi rinnegato dallo stesso Papa Ratzinger) e nella più inutile delle battaglie, non per caso commemorata in tempi recenti dal solo Fantozzi in una memorabile ricostruzione che la defalca da vera e propria battaglia a una sorta di incidente edilizio. Da parte papista caddero diciannove uomini, della cui memoria siamo oggi depositari tanto quanto di quella di qualunque vittima di guerra, compresi i lanzichenecchi, i tigrotti della Malesia, i caduti alle Termopili o i guerrieri ittiti. Ma della cui specifica vicenda, francamente, ci si era inevitabilmente dimenticati, a parte il manipolo di cattolici integralisti del gruppo "Militia Christi" (tutto un programma) che hanno accolto estasiati, e forse suggerito, la goffa commemorazione papista del vicesindaco di Roma Mauro Cutrufo. Il quale ha nominato con commozione rituale, uno per uno, i diciannove caduti anti-italiani, in presenza di autorità militari non si sa quanto costernate e quanto distratte, e ovviamente dei bersaglieri, i cui caduti a Porta Pia riposano in pace in archivi storici evidentemente molto impolverati. Ora, si sa che in questo Paese lo spirito nazionale è così incerto e sfocato da essere affidato soprattutto alle imprese sportive. Nelle quali è facilissimo individuare il "comune sentire" in un grido strozzato davanti alla televisione, o in un carosello serale di motorini. Proprio per questo, però, episodi grotteschi come quello di Roma, oltre a indurre al riso, fanno mettere le mani nei capelli. Che il Municipio di Roma festeggi, centotrentotto anni dopo, i propri osteggiatori in armi, è un mistero spiegabile solo con l' indiscriminata ostilità a tutto quanto odora di Repubblica e, su per li rami, di unità d' Italia, di Risorgimento, di emancipazione laica da un potere temporale che fu il principale ostacolo storico e politico al disegno di Cavour e Garibaldi. Solo una destra intrinsecamente antiliberale poteva inventarsi il rovesciamento della cerimonia di Porta Pia. Uno scherzo di natura (di natura reazionaria) che germina dal rimpianto, in ogni sua forma, per l' Ancien Régime, più in quanto ancien che in quanto régime. Ai laudatori dei Borboni, ai rivalutatori del brigantaggio, agli austriacanti di ritorno, si affiancano i papisti in armi (ossimoro, ma vai a spiegarglielo) che con un secolo e mezzo di ritardo provano a contare quante divisioni aveva il Papa. Ci piacerebbe dire che si tratta di eccentrici, perfino simpatici quando collezionano soldatini in uniforme o si impancano in "dibattiti" dalla struttura molto precaria. Ma se questa eccentricità diventa cerimonia ufficiale nella capitale del Paese, con tanto di bandiere e autorità schierate, forse significa che qualcosa di meno pittoresco, e di più sostanzialmente politico, sta accadendo o è già accaduto. No alla Resistenza perché "comunista", no al Risorgimento perché borghese, massonico e anticlericale, il tappeto della storia si riavvolge pian piano, secolo dopo secolo. A quando la commemorazione del Papa Re, con l' aristocrazia nera in prima fila e un signore con la fascia tricolore che, anche in rappresentanza nostra, commemora i mercenari caduti contro i ghibellini? - MICHELE SERRA