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10 dicembre 2008 La Repubblica

Il Cavaliere fuori sintonia

Aldo Schiavone - La Repubblica
Nelle cronache della crisi - in quella già in atto, e nella paura di quel che potrebbe nascondersi dietro l´angolo - credo si debba registrare qualcosa di importante, che si sta condensando nell´immaginario politico di molti italiani: in quell´impasto di pulsioni, di giudizi, di identificazioni e di proiezioni che formano il retroterra mentale di ciascuno, quando si pensa ai partiti, al governo, ai protagonisti della scena pubblica. Certo, per ora c´è solo una traccia, una piccola incrinatura. Ma non possiamo sottrarci all´esigenza di darne conto.

Per la prima volta da molto tempo, forse addirittura da quando è entrato in politica, si è determinato un contesto per il quale Silvio Berlusconi sta uscendo di sintonia - e su una questione cruciale - con parti significative di quel popolo che finora lo ha seguito.
Per quindici anni, il nostro Premier ha raccontato all´Italia, con pochissime varianti, sempre la medesima storia: la propria, offrendosi interamente in quest´interpretazione, corpo e anima. Ha saputo diventare la rappresentazione simbolica di se stesso, la statua vivente del suo successo, del suo vitalismo, del suo calore emotivo e della sua capacità di persuadere seducendo. Ha intercettato così sentimenti forti, che non avevano trovato né voce né ascolto: la voglia di "antipolitica", dopo cinquant´anni di nomenclatura democristiana; il bisogno di "privato", di mercato e di impresa, in una stagione di vertiginoso mutamento tecnologico e di sregolatezza capitalistica; le risonanze del primo impatto di quell´onda mediatica che ridisegnava abitudini e stili di vita; la tendenziale anomia e il fondo qualunquista depositati nel cuore della nostra storia; l´anticomunismo della maggioranza degli italiani.

Berlusconi non ha trasformato in profondità il Paese. Ne ha piuttosto seguito una corrente forte in un momento irripetibile, e ha saputo galleggiarvi sopra, con autentico talento e sempre con le vele al vento, sfruttando al meglio madornali errori dei suoi avversari.
Ora, questa stagione sta finendo. Conclusa dall´incalzare di un disastro economico che sta mutando di colpo il nostro paesaggio interiore e quello sociale che ci circonda. Alla fine del 2009 ci ritroveremo probabilmente con oltre un milione di occupati in meno, ex lavoratori senza alcuna protezione sociale. Basta questo solo dato a sconvolgere un mondo.

Ed è perciò che si avverte dovunque - per mille segni - che c´è ormai bisogno d´altro; che l´Italia sta cominciando a chiedere di riconoscersi nella narrazione di un altro destino.
Abbiamo innanzitutto fretta di imparare a convivere con la novità della recessione e di maturare con essa. Di imparare a capirla, e a fare di questa comprensione un nuovo senso comune. Di trasformarci, per aprire una nuova stagione. Più connettività sociale, differenti strategie di consumi, nessun arroccamento dei ceti privilegiati - nessuna "serrata" dei ricchi - ma più equilibrio nelle opportunità; e più scuola, più formazione, più conoscenza. E soprattutto, non nascondersi la gravità della situazione, e la portata della svolta.

Ebbene, tutto ciò è completamente fuori della visuale del Presidente del Consiglio. E´, direi, antropologicamente fuori della sua cultura. Questa incapacità a cogliere l´aspetto drammatico e discontinuo della vita ha contribuito al suo successo, e ora comincia a segnare il distacco da una parte della sua gente. Fra la sua intelligenza (ne ha da vendere) e una corretta percezione delle difficoltà in cui siamo precipitati c´è una barriera caratteriale insormontabile. Egli non ha nemmeno le parole per dirlo - a che rischio siamo esposti, e quali pericoli corriamo. Ha un desiderio visibilissimo di cambiar discorso - con cadute comunicative stridenti che non gli appartengono.

Cerca solo di rimuovere una realtà che gli fa orrore. Si rifugia nella ripetizione di slogan cui è sempre più improbabile credere (tornate a consumare, tornate ad aver fiducia: come se bastasse dirlo). E´ diventato d´improvviso una figura del passato: il leader della transizione postdemocristiana.
Commetteremmo però un gravissimo errore se pensassimo che tutto ciò comporti inevitabilmente il collasso elettorale e politico del Pdl. Intanto, la forza carismatica di Berlusconi resta ancora forte, per una sorta di automatismo della memoria, e su altri argomenti (la giustizia per esempio), egli sa interpretare ancora stati d´animo assai diffusi.

E poi, cominciamo ormai a sentire da quelle parti anche altre lingue, e altri discorsi. Quelli di Tremonti per primi, ma anche quelli di qualche giovane Ministra, e di alcuni freschi dirigenti arrivati alla politica dagli studi, e che sembrano assai più agguerriti degli uomini della prima ondata. E´ il "berlusconismo" come ideologia italiana di fine secolo che è al capolinea, non le fortune della destra, che hanno altre ragioni e altro respiro. E sbaglieremmo ancora di più se pensassimo a un rilancio obbligato del centrosinistra. Questi scambi meccanici non si verificano mai.

Il fatto cui attenersi è più complesso. Come quindici anni fa in seguito al collasso democristiano (e insieme della tradizione comunista), sta per riaprirsi in Italia un vuoto assai grande di rappresentanza culturale e politica, in uno spazio finora occupato dal messaggio di Berlusconi. Ridotto all´osso, questo vuol dire che lo schema "più mercato, più spettacolo, più privato" non attira più. E´ aperta la contesa per la sua sostituzione. Ma guai se la sinistra - con la supponenza che le è stata a lungo propria - fosse convinta di avere la ricetta in tasca. E guai se ritenesse ancora di poter offrire risposte adeguate restando all´interno di confini che hanno sempre diviso il Paese.

Per affrontare le prove cui è chiamata, l´Italia ha più che mai bisogno di una nuova stagione di unità, di un racconto in grado di penetrare nelle coscienze oltre l´ormai improbabile "lieto fine" del berlusconismo (la vita non è un format televisivo), ma anche oltre le cornici ideologiche di un passato definitivamente sepolto. Vincerà chi saprà proporlo prima e meglio. E in questo senso, davvero la crisi economica - la discontinuità che impone - può diventare un´occasione di crescita intellettuale e morale, una spinta per rendere adulto il Paese, lontano da una "Italina" chiusa, spaventata e in difesa, sempre in cerca dell´ala protettrice della Chiesa.

Ci riusciremo se avremo fantasia, coraggio, capacità di rinnovarci. Se la sinistra saprà saltare oltre la propria ombra e diventare quello che non è mai stata: il motore di un´autentica unificazione civile, nel segno di un rinnovato patto di cittadinanza, inclusivo, aperto, equo, in cui le ragioni del realismo e delle differenze possano combinarsi con quelle dell´utopia e dell´eguaglianza.