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Repubblica — 20 novembre 2008

Il tramonto di un simbolo


La botticella tirata dal cavallo una volta era una presenza familiare, era una di quelle immagini romane alle quali nemmeno ci si faceva caso, tanto era stava dentro all' anima della città, proprio come il Colosseo o il pizzardone sulla pedana a Piazza Venezia. Lenta e placida se ne andava per le vie del centro, portando famiglie di turisti o coppiette di innamorati. In qualche modo era la nostra gondola, e procedeva tranquilla dentro la sua romantica cartolina. Ma oggi quel cavallo che faticosamente trascina il suo carico di stupore ci fa tutt' altra impressione. Oggi ci fa soltanto pena. Attorno a sé ha il caos della città, macchine strombazzanti, motorini come anguille, fumi velenosi, torpedoni mastodontici, la fretta e l' ansia di una vita che galoppa: e il povero cavallo va al passo, la testa quasi sempre china, i paraocchi stretti per non distrarsi, per non impaurirsi, solo in mezzo a un mondo che ignora ogni forma naturale di esistenza. E quei turisti seduti comodamente sulla carrozzella d' improvviso ci fanno rabbia: indicano i monumenti, scattano foto, si baciano, ridono e sembrano indifferenti a quel motore animale che con tanta sofferenza li porta avanti. Gli pagano la biada e la stalla, lui pensasse a marciare, punto e basta. è la città che muta ferocemente, la nostra città nella quale ormai vivono male i bambini e gli anziani, i disabili, i deboli, persino le donne in gravidanza, persino gli alberi incastrati nell' asfalto, tutti quelli che non riescono a muoversi rapidamente nella frenesia e nella produttività ossessiva. Figuriamoci un cavallo, povero diavolo, che deve guadagnarsi la giornata nella furia della metropoli. E così qualcuno ogni tanto crolla, come crollano tanti esseri umani che non reggono il ritmo, che non sanno o non vogliono sgomitare. Erano un vanto di Roma, i cavalli delle botticelle, ora sono soltanto vittime che non possono neppure protestare, solo andare e andare, fino allo schianto.
MARCO LODOLI