PATRIZIA PRESTIPINO - PRESIDENTE MUNICIPIO XII ROMA                                  
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2 Dicembre 2007 - Corriere della Sera
Lettera di Walter Veltroni

Caro direttore,

«Qui viviamo come dei morti». Sono le parole ritrovate in una lettera di Ingrid Betancourt. «Sto male, non mangio». Le lettere dal carcere di questa donna assomigliano al suo fisico. Il video la mostra seduta davanti ad un piccolo e rudimentale tavolo, il capo chino. Ancora più sola e sperduta dopo quasi sei anni di prigionia. Così ci è apparsa d’un tratto, in un filmato trovato in possesso di tre guerriglieri colombiani delle Farc fermati a Bogotà, Ingrid Betancourt.
È un'immagine triste — ha detto emozionata la sorella Astrid —, ma è viva». È viva, ma è un'altra persona. Perché la privazione degli affetti, la solitudine coatta mutano una persona. Ingrid è viva ma Ingrid è distrutta. Il mondo vuole accorgersene? È viva, finalmente ne abbiamo la certezza, e non è cosa da poco. La tristezza e la preoccupazione, ora, sono accompagnate da un motivo di speranza in più. La speranza che umanamente viene dal sollievo di averla vista in vita.
Ma la speranza si accompagna all'ansia, al dolore per quelle immagini, per quella donna distrutta nel silenzio del mondo. Tristezza e speranza, dunque. Preoccupazione e conforto. E insieme una domanda: quanto tempo dovrà ancora passare prima che il calvario di Ingrid Betancourt e delle altre migliaia di prigionieri della guerriglia finisca? Sono anni che si attendono gli indispensabili passi lungo quel cammino di riconciliazione auspicato dalle associazioni internazionali che si battono per i diritti umani, dai Paesi che hanno messo in atto iniziative a livello diplomatico nei confronti del governo colombiano e dalle città del mondo che hanno animato campagne in suo favore. Roma, insieme a Parigi, è tra queste.
Ingrid Betancourt è divenuta nostra concittadina onoraria, a lei è stato assegnato il Premio Roma per la Pace, per lei abbiamo partecipato tre anni e mezzo fa alla grande manifestazione che si svolse lungo le strade di Bogotà, e la sua foto è stata esposta lo scorso febbraio sulla Piazza del Campidoglio per ricordare il quinto anniversario del suo rapimento.
Questo è davvero il momento di moltiplicare gli sforzi, di non lasciare nulla di intentato. Il presidente francese Sarkozy, che già appena eletto aveva fatto un chiaro riferimento alla volontà di adoperarsi per giungere alla liberazione della Betancourt, e non solo per il suo essere anche cittadina francese, ha detto bene: «L'obiettivo non è avere la prova che sia viva, è liberarla ». È questo l'obiettivo. Abbiamo visto Ingrid Betancourt provata, forse sfiduciata. Ma c'è da credere che dentro di sé lei abbia sempre quel coraggio che le faceva dire, da donna libera e impegnata: «Da dieci anni mi batto per il mio popolo. È pericoloso. I miei figli sono stati minacciati; per due volte hanno tentato di uccidermi. Sono consapevole del pericolo. Ma non mi faranno indietreggiare. Perché la speranza è là, davanti a me».
Oggi, per lei, quella speranza siamo noi, è la comunità internazionale, è la sua volontà di fare tutto il possibile in un momento cruciale come questo: che la sensibilità con cui il nostro governo guarda al Sud America e al rispetto nel mondo dei diritti umani permetta all'Italia di unire i suoi sforzi a quelli della Francia per favorire una soluzione umanitaria e negoziata della guerra che tiene prigioniere la Colombia e Ingrid Betancourt, restituendo loro futuro e libertà.

Walter Veltroni
02 dicembre 2007